Animali vivi trasportati verso zone di guerra: cittadini e associazioni chiedono all’UE di sospendere queste rotte
Migliaia di animali continuano a essere trasportati vivi verso aree di conflitto attivo come Israele, Libano e Arabia Saudita, oltre che verso Giordania, Kuwait e Oman. Da anni le organizzazioni per la protezione degli animali chiedono alla Commissione europea di sospendere queste rotte pericolose, che mettono a rischio animali e persone. Finora le istituzioni non hanno risposto: ora anche i cittadini sono chiamati a far sentire la propria voce.
Le condizioni che gli animali affrontano in questi viaggi sono drammatiche: esposti al fuoco dei razzi e ai raid aerei, maltrattati o abbandonati nei veicoli, angusti e sovraffollati, da lavoratori in fuga, lasciati soli ad affrontare il caos che può scoppiare improvvisamente nei porti di questi Paesi a causa della natura imprevedibile dei conflitti.
Le conseguenze non si esauriscono nei porti di arrivo. Le chiusure portuali dovute alle ostilità sono frequenti e possono lasciare gli animali alla deriva in mare anche per settimane, in condizioni sempre più disperate — come accaduto di recente alla nave Express M: cibo e acqua che scarseggiano, condizioni igieniche degradanti, ferite e malattie sempre più diffuse.
Negli ultimi anni decine di organizzazioni — tra cui Eurogroup for Animals, Animal Welfare Foundation, FOUR PAWS, Compassion in World Farming e l’italiana Essere Animali, membro della coalizione “Vote for Animals – Anche gli animali votano” — hanno scritto o sottoscritto lettere aperte alla Commissione europea e al Commissario per la salute e il benessere animale Olivér Várhelyi, chiedendo lo stop ai trasporti verso le zone di guerra. Una richiesta finora rimasta senza esito, nonostante esistano alternative praticabili: Israele ha certificato un macello operativo in Portogallo per consentire il trasporto di carne e carcasse al posto degli animali vivi — un approccio che si è rivelato anche più redditizio per l’Unione europea — e il Land tedesco della Bassa Sassonia ha già vietato l’invio di animali verso zone di guerra, poiché “la sicurezza degli animali trasportati non può più essere adeguatamente garantita”.
A sostegno di questa battaglia, oltre 25.000 cittadini hanno già firmato le petizioni lanciate da Welfarm e Animal Welfare Foundation, che riprendono le richieste rivolte al Commissario Várhelyi:
- invitare immediatamente gli Stati membri a sospendere l’export di animali vivi verso Israele e le altre destinazioni del Medio Oriente interessate dalle ostilità, finché la situazione di sicurezza non si sarà stabilizzata e il rispetto delle norme UE sul benessere animale non potrà essere effettivamente garantito;
- monitorare da vicino le navi già partite e predisporre misure di emergenza per evitare che gli animali restino in condizioni non sicure;
- valutare con urgenza le carenze sistemiche che consentono l’export nonostante rischi gravi e chiaramente prevedibili.
Come ricordano le associazioni, il mantenimento di queste rotte contrasta con l’articolo 13 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che impone all’UE di “tenere pienamente conto delle esigenze di benessere degli animali”: non si può tutelare il benessere animale mentre si inviano animali in una zona di guerra. La revisione del Regolamento europeo sui trasporti di animali vivi, attualmente in discussione — di cui abbiamo parlato nel nostro approfondimento sul dossier trasporti — è l’occasione per introdurre limiti e garanzie chiare, a partire dal divieto di trasporto verso aree di conflitto. È anche uno dei 10 punti del Manifesto della coalizione “Vote for Animals – Anche gli animali votano”, che chiede il divieto di trasporto degli animali a lunga distanza per allevamento e macellazione.