Doppi standard: la carne di pollo importata deve rispettare le regole UE sul benessere animale
Quando compriamo una confezione di petto di pollo — o lo ordiniamo al ristorante, in una rosticceria, in un piatto pronto — raramente ci chiediamo da dove arrivi. Eppure un quarto del petto di pollo consumato nell’Unione europea è importato, e dietro quella cifra c’è una contraddizione che un nuovo report di Eurogroup for Animals e World Animal Protection, intitolato No Double Standards, mette in fila con precisione.
Il problema è questo: la carne di pollo importata deve rispettare gli standard europei di benessere soltanto al momento della macellazione. Tutto il resto — la selezione genetica, l’allevamento, il trasporto — resta fuori dalle regole. Così finiscono sulle tavole europee prodotti ottenuti con metodi che in Europa sarebbero vietati: crescita forzata, sovraffollamento, animali che vivono in uno spazio più piccolo di un foglio A4.
I numeri aiutano a capire la posta in gioco. Quattro Paesi — Brasile, Thailandia, Regno Unito e Ucraina — coprono l’88% delle importazioni, che nel 2025 hanno riguardato circa 274 milioni di polli, in buona parte provenienti da allevamenti intensivi. E non è una scelta dei cittadini: un sondaggio condotto in diciotto Stati membri mostra che il 73% delle persone chiede che il pollo importato rispetti standard uguali o equivalenti a quelli europei; nella consultazione pubblica della Commissione, la quota di chi è pienamente d’accordo sale al 96%.
L’occasione per correggere la rotta è aperta adesso, perché entro la fine del 2026 la Commissione europea dovrebbe presentare la revisione delle norme sui polli allevati per la produzione di carne. Le associazioni chiedono che la riforma non si fermi al divieto delle gabbie, ma includa un articolo dedicato all’equivalenza delle importazioni, valido per tutti i prodotti — freschi, congelati, trasformati — e per tutti i canali, ristorazione compresa. Non si tratta di imporre ai Paesi terzi leggi identiche alle nostre, ma di legare l’accesso al mercato a garanzie reali: approvazione, certificazione, tracciabilità, controlli e potere di sospensione.
È lo stesso principio che Animal Law Italia porta avanti con le misure speculari: regole che proteggono insieme tre cose — il benessere degli animali, gli allevatori europei che già sostengono i costi di standard più severi, e il diritto dei consumatori a non finanziare inconsapevolmente la sofferenza. Come riassume Reineke Hameleers, direttrice di Eurogroup for Animals, la riforma «non deve trasformarsi in una corsa al ribasso».
L’estensione delle tutele a tutte le specie e a tutti i prodotti immessi sul mercato europeo, da qualunque parte del mondo arrivino, è una delle richieste al cuore del Manifesto della coalizione «Vote for Animals – Anche gli animali votano». La domanda, oggi, è se il Parlamento e la Commissione avranno la volontà politica di tradurla in legge.